In
relazione al comunicato
del 5 maggio del DPA, ci sentiamo obbligati a fare chiarezza sia
sulle vicende personali di Fabrizio Pellegrini sia sulla situazione
in generale dell'accesso alla cannabis terapeutica per i pazienti in
Italia.
Vogliamo precisare che siamo perfettamente a conoscenza
della legislazione e dei suoi percorsi temporali, compreso che
l'art.73 era già così prima delle modifiche apportate
dalla L.49, per questo nel comunicato ci siamo riferiti solamente al
suo effetto sull'importazione dei farmaci. Anzi abbiamo evidenziato
che già allora nel 2005, la scelta di Fabrizio lo avrebbe
esposto al rischio di conseguenze penali.
Inoltre vogliamo
ricordare che anche successivamente all'aprile 2008, la Corte di
Cassazione ed altre Corti hanno emesso diverse sentenze di
proscioglimento dall'accusa di detenzione e coltivazione in singoli
casi, per motivi religiosi o antropologici.
Sull'uso terapeutico
invece né la Corte di Cassazione (perché le accuse
contro i malati vengono di norma archiviate prima ancora del processo
di primo grado) né quella Costituzionale si sono mai espresse,
finora.
Nel 2005, anche se teoricamente il canale medico di
accesso istituzionale era già fruibile, e in Olanda il
Bedrocan sia stato messo in commercio dal 2004, la prima episodica
importazione è avvenuta in Calabria nell'agosto 2005 a
beneficio di un paziente epilettico, che comunque successivamente ha
avuto e continua ad avere ostacoli per l'accesso alla sua medicina.
Il Ministero della Salute infatti non inviava le autorizzazioni né
rispondeva alle richieste pervenute, solo in seguito ad una diffida
ufficiale da parte di un paziente romano, l'UCS dell'allora Ministro
Storace rispose che la cannabis non aveva possibili usi terapeutici,
che avrebbero chiesto lumi all'UNODC, e solo poi avrebbero fatto
sapere qualcosa. All'epoca, sia al Ministero della Salute sia le
singole Asl non conoscevano il farmaco richiesto né le
procedure per la sua importazione. Pellegrini ottenne il farmaco solo
a fine 2006, nel 2002 i farmaci non erano ancora disponibili ma anche
nel periodo del processo più recente il suo medico, pur
avendolo richiesto, non era riuscito ad avere accesso alla procedura
garantita dal D.M.11-2-97. Solo nel 2007 con l'introduzione del thc
nella tabella II sez. b, le importazioni sono cominciate con una
certa regolarità e qualche ostacolo in meno. Se il Pellegrini
in seguito tornò al "fai da te", fu solo perché,
dopo le prime assicurazioni da parte della sua ASL, gli venne chiesto
di pagare tutte le spese per la terapia. L'avrebbe fatto, se avesse
potuto continuare a lavorare, invece era stato sbattuto in prima
pagina più volte come mostro dai media locali. La sua precaria
situazione perdura, ed è ben lungi dall'essere
risolta.
Vogliamo anche far notare che le accuse del P.M. nel
processo di primo grado citate nel comunicato del DPA risultano
invece molto poco condivisibili come si evince anche dalla perizia,
firmata da uno dei più autorevoli esperti in materia:
Dai
documenti agli atti emerge che il Sig. Pellegrini Fabrizio, per
ragioni di salute ha ed avrebbe bisogno di una cura a base di
Bedrocan (farmaco distribuito dal Ministero della Salute Olandese a
base di Cannabis) per un quantitativo mensile (massimo ammesso per
una singola prescrizione medica) pari a 30 gr di farmaco il cui
contenuto di principio attivo è del 18% di THC. Ciò
comporta che per una cura del paziente sufficiente a garantire il
farmaco per un mese, gli è stato prescritto un quantitativo
totale di principio attivo (THC) pari a 5,4 gr. Risulta evidente che
da tutto il materiale sequestrato non poteva essere derivato neppure
la dose necessaria per una cura di circa 20 gg.
Come
associazione ribadiamo con forza che fino a che ad un solo malato di
epilessia, glaucoma, Tourette, sindrome bipolare, asma ecc., ed al
suo medico, verrà precluso l'accesso alla terapia (nonostante
la legge lo preveda, ad esclusiva discrezione del medico curante), il
problema resterà intatto e noi non resteremo silenti, né
lasceremo soli i malati che dovessero incappare nelle maglie di
questa illogica repressione. Vorremmo anche far notare che non esiste
in Italia alcuna lista di indicazioni approvate per questi farmaci
esteri, e che comunque queste, anche quando tale lista venisse
predisposta dall'AIFA, non sarebbero limitative in senso assoluto.
Non è compito della politica o dell'ideologia o della
religione, invadere un terreno che compete solo ai medici ed ai loro
pazienti, gli unici in grado di valutare caso per caso le esigenze
terapeutiche. Inoltre, nel caso di preparazioni galeniche magistrali,
allestite da un farmacista utilizzando materia grezza reperibile in
Italia tramite grossista-distributore (ovviamente sempre dietro
prescrizione medica, stiamo parlando di medicinali), non è
richiesto il preventivo tentativo di cura con altri farmaci o terapie
disponibili, né l'autorizzazione dell'UCS all'importazione, né
ricettari speciali o i moduli ministeriali per i farmaci esteri,
trattandosi di principi attivi inseriti nella tabella II sezione B
delle sostanze stupefacenti dotate di attività terapeutica, e
prescrivibili su ricetta semplice da rinnovarsi di volta in volta, da
parte di qualunque medico.
Le procedure sono già
sufficientemente snelle, a livello normativo. L'ostacolo è
rappresentato dalle direzioni ASL ed ospedaliere, contrarie a priori,
e dalla scarsa informazione dei medici, che nel 99% dei casi non
prescrivono i farmaci cannabinoidi, per poca informazione ma
soprattutto per timore di rappresaglie professionali. Le Regioni,
invece, non hanno alcuna necessità di essere "autorizzate"
dal Ministero a fornire tali farmaci gratuitamente, se prescritti ed
erogati in ambito ospedaliero. Siamo sempre alquanto sorpresi di
dover essere noi pazienti, a fornire queste informazioni a politici e
medici. Evidentemente, quando c'è di mezzo la parola cannabis,
la comunicazione si inceppa. Riconosciamo peraltro al Dott.
Serpelloni, dopo il nostro incontro diretto a Gennaio 2009, di
essersi personalmente attivato per l'organizzazione di un tavolo
tecnico di confronto tra le associazioni ed il Ministero
relativamente all'accesso ai farmaci cannabinoidi, anche se
nonostante la sua disponibilità, e le nostre richieste
ufficiali al Ministero, tale tavolo non è stato poi mai
avviato.
Se l'obiettivo è davvero quello dichiarato di
assicurare cure e sicurezza, non avrà difficoltà a
convenire con noi che la nostra richiesta di non punibilità
per un malato in stato di necessità che si arrangi in proprio,
in assenza di alternative praticabili, sia un obiettivo assolutamente
minimo e di buon senso. A meno che non si voglia sostenere che un
processo penale, e la minaccia del carcere, siano per un malato un
danno minore della cura consapevolmente scelta, spesso con l'accordo
del medico.
Non ci risulta che Canada, Portogallo, Repubblica
Ceca, California ed altri 16 Stati Usa, ecc. siano Paesi medievali,
tutt'altro. In quei Paesi i farmaci industriali restano comunque
disponibili in farmacia, ma viene semplicemente garantita ai malati
la libertà di scelta, e nessuno si sognerebbe mai di
condividere ambigue e vaghe accuse contro un paziente, tanto meno di
sostenere la necessità della sua punibilità, accampando
a pretesto la difesa della sua salute o quella degli altri malati. Da
tale livello di civiltà avremmo solo da imparare, siamo molto
più vicini al medioevo ed agli Stati fondamentalisti qui in
Italia. Da noi, i malati perseguiti penalmente sono solo effetti
collaterali (previsti ed accettati, al di là della propaganda)
del sacro terrore che qualche cittadino sano possa fare della
cannabis un uso voluttuario, socializzante, creativo, rilassante o di
altro tipo.
Non intendiamo accusare il DPA di accanimento
volontario contro i pazienti, la situazione è la stessa da ben
prima della sua nascita, non ci interessano forzature interpretative
o logiche di schieramento politico ma solo i dati reali. Abbiamo
semplicemente scritto che Chiederemo conto direttamente a Giovanardi
ed al Dpa, per questo assurdo accanimento contro i pazienti, perché
riteniamo che sia giunta l'ora di porre fine a questa guerra
insensata contro chi ha solo a cuore il proprio stato di salute, e
facendo del bene a se stesso non coinvolge né danneggia altri,
se non le
organizzazioni
criminali
ed oscuri interessi. Anche se non è stato il DPA a dichiarare
la guerra, ha comunque l'autorità per firmare la pace.
Per quanto riguarda gli epiteti di "assassino" e "nazista", innanzitutto vogliamo ricordare che una cosa sono i comunicati dell'associazione Pazienti Impazienti Cannabis, a cui il comunicato del DPA fa riferimento, altro sono i commenti che ne possono seguire. Sebbene il commento estrapolato si riferisse in realtà alla "ferocia nazista della legge" e non fosse un insulto a persone o dipartimenti, come specificato dall'anonimo autore dello stesso, tali termini non rispecchiano né i contenuti né le modalità di espressione dei nostri comunicati, dove non compaiono mai insulti né sfoghi emotivi. Non ne abbiamo affatto bisogno, ci bastano le nostre concrete argomentazioni, per le quali ci attendiamo risposte precise e puntuali. I malati che si curano con la cannabis, non sono né tossicodipendenti né scudi umani a protezione di chissà quali oscure trame, nonostante le insinuazioni e la propaganda. Sono semplicemente cittadini che, pur pazienti, non vogliono più rinunciare ai loro diritti costituzionali, o essere ostaggio di interessi, poteri ed agende occulte. Fabrizio Pellegrini è solo un caso emblematico, non liquidabile con frasi di circostanza o un'alzata di spalle.